Archivio per maggio 2008

la pernacchia

ieri notte, tornatoa casa ho trovato in tv questa cosa meravigliosa di cui vi propongo un pezzetto…

e che tu puoi contribuire con un verso

Ohimè! O vita! Per queste domande sempre ricorrenti,
per la folla infinita di infedeli, per le città piene di schiocchi,
per il mio continuo rimproverarmi, ( poiché chi è più sciocco di me e più infedele? )

Per gli occhi invano assetati di luce, per gli oggetti perfidi, per la lotta sempre ritrovata,
per gli scarsi risultati di tutti, per le sordide folle che vedo attorno a me avanzare con fatica,
per gli anni inutili e vuoti di coloro che rimangono, con il resto di me avvinghiato,
La domanda, Ohimè! Così triste, così ricorrente
– Cosa c’è di buono in tutto questo? Ohimè! O vita!

[ Risposta ] Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un verso

(Walt Whitman, O me! O life!)

il mio souvenir

stanotte ho voglia di scrivere… anzi voglio mettere qui una canzone, anzi la canzone della mia vita, che dice di me meglio di qualsiasi altra cosa, che dice quello che voglio essere e forse un po’ anche quello che sono già… l’ho già messa su qualche volta, ma stanotte ha un significato diverso… perchè una persona speciale a cui voglio davvero bene me l’ha ricordata, lasciandomi sinceramente a bocca aperta… perchè è un momento particolare, e perchè ne ho davvero bisogno… perchè tornando a casa ho alzato gli occhi e il cielo era blu come da tempo non mi sembrava e c’erano un sacco di nuvole e stelle, e ho pensato che la mia vita è un po’ così, specchio di riflessi chiari e riflessi scuri… perchè è un augurio che voglio fare a me e ad alcune persone di cui non posso fare a meno, perchè riusciamo a capire il senso profondo delle cose…… e perchè perchè perchè, per mille perchè… buonanotte, a tutti, ma stanotte soprattutto a me

Non è proprio liscia,
non va così liscia
per noi che chiediamo che or’è,
e c’è un’altra strada
e c’è un’altra luna
e un altro bar che chiude
e un’altra voglia di fortuna.
E allora, bambina,
c’è poco da dire
se non che mi troverai qua:
cambiato per niente, ma neanche scontento,
fottuto dal dovere pensare di dover avere.
Ma ci sarà un souvenir
che ci riporterà solo certi momenti.
E sarà un bel souvenir
una fotografia, una canzone fra i denti.
Ma ci sarà un souvenir
che ci commuoverà fino a farci contenti.
Tieniti il tuo souvenir
da mettere via poi ridicendoti *avanti*.
Se tutto va in fretta
sarò una saetta
e tu lo sarai insieme a me
peccato soltanto che ci sarà il tempo
in cui dovremo dire:
*Adesso è giusto riposare*.
Ma ci sarà un souvenir
che ci riporterà solo certi momenti.
E sarà un bel souvenir
una fotografia, una canzone fra i denti.
Un souvenir formato Tir
a centoventi all’ora
arriva lì spazzando via
qualsiasi altra cosa.
Sarà un bel souvenir
il nostro souvenir
sarà di quasi tutti i colori.
Sarà un bel souvenir,
sarà lo specchio di
riflessi chiari e riflessi scuri.

(Ligabue, Sarà un bel souvenir)

in bilico

è uno di quei periodi in cui non so dire come sto… troppo pieno di cose da fare per mettersi un po’ tranquilli a pensare, per prendersi una pausa e guardare le cose dall’altro… è uno di quei periodi in cui ti accorgi che qualcosa c’è, ma è più comodo non capire cosa, in cui è meglio fiondarsi sulle 5000 cose che faccio e le 10000 che non riesco a fare e a concludere… comunque… nella bellissima serata di ieri, di cui tra l’altro avevo un gran bisogno (e che mi faceva pensare a due cose: 1.ci sono cose che malgrado tutto continuano sempre alla grande; 2. ho delle persone vere vicino a me, e questa cosa non è per niente scontata), ha fatto da colonna sonara questa canzone (nei 350km di autostrada), che mi ricorda un sacco di cose e che racconta meglio di me questo strano perido della mia vita… mi sento esattamente così!

In bilico
tra santi e falsi dei
sorretto da
un’insensata voglia
di equilibrio
e resto qui
sul filo di un rasoio
ad asciugar
parole
che oggi ho steso
e mai dirò

non senti che
tremo mentre canto
nascondo
questa stupida allegria
quando mi guardi

non senti che
tremo mentre canto
è il segno
di un’estate che
vorrei potesse non finire mai

in bilico
tra tutti i miei vorrei
non sento più
quell’insensata voglia
di equilibrio
che mi lascia qui
sul filo di un rasoio
a disegnar
capriole
che a mezz’aria
mai farò

non senti che
tremo mentre canto
nascondo
questa stupida allegria
quando mi guardi

non senti che
tremo mentre canto
è il segno
di un’estate che
vorrei potesse non finire mai

in bilico
tra santi che
non pagano
e tanto il tempo
passa e passerai
come sai tu
in bilico e intanto
il tempo passa e tu non passi mai

nascondo
questa stupida allegria
quando mi guardi

non senti che
tremo mentre canto
è il segno
di un’estate che
vorrei potesse non finire mai!

(Negramaro, Estate)

finezze televisive

non regalate terre promesse a chi non le mantiene

meravagliosa…

Teresa ha gli occhi secchi
guarda verso il mare
per lei figlia di pirati
penso che sia normale.
Teresa parla poco
ha labbra screpolate
mi indica un amore perso
a Rimini d’estate.
Lei dice bruciato in piazza
dalla Santa Inquisizione
forse perduto a Cuba
nella rivoluzione
o nel porto di New York
nella caccia alle streghe
oppure in nessun posto
ma nessuno le crede.
Rimini, Rimini.
E Colombo la chiama
dalla sua portantina
lei gli toglie le manette ai polsi
gli rimbocca le lenzuola.
“Per un triste re cattolico- le dice-
ho inventato un regno
e lui lo ha macellato
su una croce di legno.
E due errori ho commesso
due errori di saggezza
abortire l’America
e poi guardarla con dolcezza
ma voi che siete uomini
sotto il vento e le vele
non regalate terre promesse
a chi non le mantiene”.
Rimini, Rimini.
Ora Teresa è all’Harry’s Bar
guarda verso il mare
per lei figlia di droghieri
penso sia normale.
Porta una lametta al collo
è vecchia di cent’anni
di lei ho saputo poco
ma sembra non inganni.
“E un errore ho commesso- dice-
un errore di saggezza
abortire il figlio del bagnino
e poi guardarlo con dolcezza
ma voi che siete a Rimini
tra i gelati e le bandiere
non fate più scommesse
sulla figlia del droghiere”.
Rimini, Rimini.

(Fabrizio De ANdrè, Rimini)

come un girardengo appena appena più basso e rock

La primavera gli stava proprio scivolando di mano, non potevano esserci dubbi, ma nel frattempo aveva imparato a giocare col cambio, a dosare bene la forza. Riusciva ad arrivare davanti fino allo spiazzo antistante la casa di Aidi senza fermarsi mai.
Schizzava via come una revolverata dai viali, svoltava a destra per via San Mamolo, quindi, se non c’era traffico, all’altezza del baracchino dei gelati infilava, saettando come nessuno, la via Codivilla. Sul tratto in pianura accelerava al massimo, poi attaccata la salita di potenza sotto gli occhi sorprendentemente indifferenti dei rari passanti e automobilisti che scendevano anestetizzati incontro alla città. Cercava di tenere il rapporto di pianura, che ha il passo lungo e ti fa fare più strada, fin dove gli era possibile; poi si alzava a pedalare in piedi con tutta la bici che gli ballava sotto; quando sentiva che la pendenza diventava troppo forte, quando capiva che dopo altre due o tre pedalate avrebbe dovuto poggiare un piede a terra, lungo la curva di solito al primo cartello di divieto di sosta permanente, si piegava sul cannone e col pollice faceva scattare il cambio: la catena saltava sulla corona più piccola, le gambe ricominciavano a macinare; lui si spostava sul cordolo, al limite dell’asfalto, per evitare ogni palmo di strada superfluo: all’uscita della curva, poteva riprendere a pedalare stando seduto.
Quando avvistava la fila delle macchine parcheggiate, stabiliva un traguardo a cui arrivare senza lasciare il sellino: almeno arrivare alla golf bianca – avambracci tesi, schiena curva, vene sulle mani e sui polsi in evidenza, palmi sudati.
Almeno arrivare a quella stramaledetta golf…
Pensava ad altro, guardava a terra, in quei momenti difficili: i titoli dei dischi dei Police. Regatta De Blanc, Outlandos D’Amour, Synchronicity, Zenyatta Mondatta, Ghost in The Machine. Perché Regatta De Blanc è prima di Outlandos D’Amour, vero?
E il vecchio Alex scandiva mentalmente marca, modello e colore delle macchine parcheggiate, per non pensare al suo corpo, ché tanto quello pedalava anche da solo. Le riconosceva quasi tutte, anche se ogni tanto non gli venivano in mente i nomi di alcuni modelli tipo le utilitarie giapponesi.
G-g-golf biah-n-n-n-cah! In piedi, adesso!
Eh, adesso era quasi Coppi. Pedalava in piedi, inclinato avanti, sporgendosi oltre il manubrio, mentre il sudore gli colava ai lati delle sopracciglie e dietro gli orecchi, mentre la maglietta aderiva alla schiena. ancora pochi metri, ancora pochi metri soltanto, e avrebbe avvistato i due leoni di pietra dallo sguardo spento, semidormienti sulle colonne a cui era incardinato il cancello.
Quel grosso cancello coi due leoni menefreghisti e semidormienti era sempre aperto, e il vecchi Alex lo superava d’infilata e passava sotto il fresco buono degli alberi. C’era un tratto di pianura, all’interno, ma lui sapeva che non doveva ingannarsi, che se rallentava per rifiatare in quel tratto dopo avrebbe dovuto dannarsi a riprendere il ritmo; allora si lanciava su per i tornanti del sentiero asfaltato che attraversava il bosco, e alla seconda curva, che piegava a destra, faceva saltare la catena sulla corona più grande: imboccava la pendenza del rettilineo di nuovo in piedi sui pedali.
Giocava di spalle, per restare all’esterno delle curve, e ormai mancava davvero una manciata di strada, prima del seminario, e lui, fermo sul rapporto di pianura, poteva smettere di pensare a Coppi, a Girardengo, e anche ai gregari mitici e scalatori – cosce d’acciaio e volontà nicciana – destinati a restare ignoti, ma che al Giro attaccavano in tutte le tappe di montagna e ridicolizzavano i campioni costruiti in palestra…
A sessanta secondi da lì, c’era Aidi.
Ultimi colpi per arrivare allo spiazzo del seminario/
Il vecchio Alex si passava le mani indietro, tra i capelli bagnati.
Ancora dieci pedalate, e sarebbe stata di nuovo pianura, immersa nel fitto bosco.
Gli piaceva immensamente filare veloce in quel paesaggio di foglie, e non era necessario cronometrare un bel nulla. Lo so quanto voi, non crediate. magari, lui, non era così tanto bravo, con quella bici, però l’essenziale non era cronometrare la gara, ma non poggiare i piedi a terra durante la salita, non fermarsi a rifiatare in pianura. Era quello il suo record.
Quanto al resto, dal punto di vista del nostro Girardengo appena appena più basso e rock, se Adelaide era una sibilla o una fata, contava anche il fatto che abitava in un bosco.

(Enrico Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo)


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