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non sto per suicidarmi…

in questi giorni tante persone mi hanno fermato e mi hanno chiesto cosa avessi (dopo aver visto quello che scrivevo su facebook  – che sta iniziando un po’ a nausearmi)… devo sembrare veramente depresso… utilizzo allora questo mio spazio per smentire ufficialmente le volontà di suicidio che qualcuno mi ha attribuito… certo sono giorni difficili… a san benedetto era tutto un po’ più facile, in quello spazio e in quel tempo di sospensione dalla realtà, dove i problemi, i pensieri, le difficoltà della vita quotidiana sembrano distanti anni luce (perchè anni luce è distante la vita quotidiana)… ma sono sereno (anche se ultimamente ho iniziato a manifestare segnali cedimento)… sono sereno perchè in questo mese, così complicato (e anche doloroso) credo di essere cresciuto… perchè ho capito i miei errori… perchè ci sto credendo, sempre e nonostante tutto, e ci sto credendo con tutto me stesso, con tutto ciò che sono e che desidero essere… perchè credo che i doni che ti vengono fatti non si possono gettare via per fretta, e che bisogna lottare per essere felici… mi viene chiesto questo, oggi… mi viene chiesto di stare qui, così… tutto ha una sua logica, che forse non riesco a comprendere pienamente, ma che c’è, e, forse sto imparando almeno a riconoscere… non lo so cosa succederà… non lo so fino a quando ce la farò a resistere, non lo so fino a quando sarà giusto che lo faccia… ma vivo il mio oggi con serenità, con fiducia e con speranza… la speranza che è ciò che mi fa andare avanti… la speranza che si fonda sulla mia fede… la speranza che è attaccata al mio polso e che non si spezza, nonostante dovesse durare solo un giorno, e invece sono quattro mesi… sarà ancora dura… forse ancora di più… ma ho deciso di essere fedele alle mie scelte… e non solo per me…

tutto questo mi sta facendo sentire migliore di come mi sono sempre sentito… e allora eccomi qua, sulla mia strada, a camminare con il mio passo, e a vivere tutta la fatica del cammino… con la certezza però di chi sa dove vuole andare… con la certezza che dopo questa strada (stretta, tortuosa, buia…) ce ne sarà un’altra, magari più larga e un po’ più luminosa… una strada e un cammino più bello, per questa mia vita perennemente on the road…

fine delle trasmissioni…

harry carey goodhue

spoon-river

Non vi sorprendeste mai, balordi di Spoon River,

quando Chase Henry votò contro i saloons  per vendicarsi di esserne stato bandito.

Ma nessuno di voi fu abbastanza sagace

da seguire i miei passi, o da individuarmi

come fratello spirituale di Chase.

Vi ricordate quando mossi guerra

alla banca e alla combutta del tribunale,

perchè intascavano gli interessi dei fondi pubblici?

E quando mossi guerra ai nostri dignatari

perchè facevano dei poveri le bestie da soma delle tasse?

E quando mossi guerra agli impianti idraulici

che rubavano le strade rincarando le tariffe?

E quando mossi guerra agli affaristi

che combattevano me in queste guerre?

E allora ricordate:

che alzandomi barcollando dalle rovine della sconfitta,

e dalle rovine di una carriera demolita,

estrassi dal mio manto l’ultimo ideale,

nascosto agli occhi di tutti fino allora,

come la preziosa mandibola d’asino,

e sconfissi la banca e gli impianti idraulici,

e gli uomini d’affari col proibizionismo,

e feci pagare a Spoon River il prezzo

delle battaglie che avevo perduto?

(Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River)

tanto anche domani sarò qui…

Mostrami l’alba
ma mostramela con calma
che io possa abituarmi
lentamente

Poi entrami dentro
ma entraci con calma
scopri i miei peccati
dolcemente
dammi il tempo di distendermi
piano

Ora siediti qui
ed aspetta
fino a che puoi resistere
solamente chi va senza fretta
l’amore sa come si fa
Prenditi il tempo
per conoscere il mio tempo
tanto anche domani sarò qui
poi senza corsa ne riposo
fino in fondo

Naturalmente ti voglio qui
solo naturalmente ti voglio
qui

Solamente chi va senza fretta
l’amore sa come si fa

(Niccolò Fabi, Lentamente)

26 giugno 2009

malinconia, tristezza felicità, attesa, serenità, angoscia, speranza, certezza, paura, sogno, stupore, serenità, gioia, distrazione, concentrazione… mille sensazione che si mescolano nella mia testa, nel mio cuore, nel mio corpo, difficilmente descrivibili, in questa folle giornata, che è un po’ la mia giornata campale, il mio d-day, il giorno di cui ho avuto una fottutissima paura per un sacco di tempo… questa giornata assurda in cui storie diverse della mia vita si mescolano producendo sensazioni e sentimenti non poi così  diverse, ma che mi danno il senso e la misura di ciò che sono e di ciò che voglio essere…

non c’è più niente da dire…

per l’ennesima volta…

Chiudi gli occhi
immagina una gioia
molto probabilmente
penseresti a una partenza

ah si vivesse solo di inizi
di eccitazioni da prima volta
quando tutto ti sorprende e
nulla ti appartiene ancora

penseresti all’odore di un libro nuovo
a quello di vernice fresca
a un regalo da scartare
al giorno prima della festa

al 21 marzo al primo abbraccio
a una matita intera la primavera
alla paura del debutto
al tremore dell’esordio
ma tra la partenza e il traguardo

nel mezzo c’è tutto il resto
e tutto il resto è giorno dopo giorno
e giorno dopo giorno è
silenziosamente costruire
e costruire è potere e sapere
rinunciare alla perfezione

ma il finale è di certo più teatrale
così di ogni storia ricordi solo
la sua conclusione

così come l’ultimo bicchiere l’ultima visione
un tramonto solitario l’inchino e poi il sipario
tra l’attesa e il suo compimento
tra il primo tema e il testamento

nel mezzo c’è tutto il resto
e tutto il resto è giorno dopo giorno
e giorno dopo giorno è
silenziosamente costruire
e costruire è sapere e potere
rinunciare alla perfezione

ti stringo le mani
rimani qui
cadrà la neve
a breve

(Niccolò Fabi, Costruire)

come un girardengo appena appena più basso e rock

(ristampa)

La primavera gli stava proprio scivolando di mano, non potevano esserci dubbi, ma nel frattempo aveva imparato a giocare col cambio, a dosare bene la forza. Riusciva ad arrivare davanti fino allo spiazzo antistante la casa di Aidi senza fermarsi mai.
Schizzava via come una revolverata dai viali, svoltava a destra per via San Mamolo, quindi, se non c’era traffico, all’altezza del baracchino dei gelati infilava, saettando come nessuno, la via Codivilla. Sul tratto in pianura accelerava al massimo, poi attaccata la salita di potenza sotto gli occhi sorprendentemente indifferenti dei rari passanti e automobilisti che scendevano anestetizzati incontro alla città. Cercava di tenere il rapporto di pianura, che ha il passo lungo e ti fa fare più strada, fin dove gli era possibile; poi si alzava a pedalare in piedi con tutta la bici che gli ballava sotto; quando sentiva che la pendenza diventava troppo forte, quando capiva che dopo altre due o tre pedalate avrebbe dovuto poggiare un piede a terra, lungo la curva di solito al primo cartello di divieto di sosta permanente, si piegava sul cannone e col pollice faceva scattare il cambio: la catena saltava sulla corona più piccola, le gambe ricominciavano a macinare; lui si spostava sul cordolo, al limite dell’asfalto, per evitare ogni palmo di strada superfluo: all’uscita della curva, poteva riprendere a pedalare stando seduto.
Quando avvistava la fila delle macchine parcheggiate, stabiliva un traguardo a cui arrivare senza lasciare il sellino: almeno arrivare alla golf bianca – avambracci tesi, schiena curva, vene sulle mani e sui polsi in evidenza, palmi sudati.
Almeno arrivare a quella stramaledetta golf…
Pensava ad altro, guardava a terra, in quei momenti difficili: i titoli dei dischi dei Police. Regatta De Blanc, Outlandos D’Amour, Synchronicity, Zenyatta Mondatta, Ghost in The Machine. Perché Regatta De Blanc è prima di Outlandos D’Amour, vero?
E il vecchio Alex scandiva mentalmente marca, modello e colore delle macchine parcheggiate, per non pensare al suo corpo, ché tanto quello pedalava anche da solo. Le riconosceva quasi tutte, anche se ogni tanto non gli venivano in mente i nomi di alcuni modelli tipo le utilitarie giapponesi.
G-g-golf biah-n-n-n-cah! In piedi, adesso!
Eh, adesso era quasi Coppi. Pedalava in piedi, inclinato avanti, sporgendosi oltre il manubrio, mentre il sudore gli colava ai lati delle sopracciglie e dietro gli orecchi, mentre la maglietta aderiva alla schiena. ancora pochi metri, ancora pochi metri soltanto, e avrebbe avvistato i due leoni di pietra dallo sguardo spento, semidormienti sulle colonne a cui era incardinato il cancello.
Quel grosso cancello coi due leoni menefreghisti e semidormienti era sempre aperto, e il vecchi Alex lo superava d’infilata e passava sotto il fresco buono degli alberi. C’era un tratto di pianura, all’interno, ma lui sapeva che non doveva ingannarsi, che se rallentava per rifiatare in quel tratto dopo avrebbe dovuto dannarsi a riprendere il ritmo; allora si lanciava su per i tornanti del sentiero asfaltato che attraversava il bosco, e alla seconda curva, che piegava a destra, faceva saltare la catena sulla corona più grande: imboccava la pendenza del rettilineo di nuovo in piedi sui pedali.
Giocava di spalle, per restare all’esterno delle curve, e ormai mancava davvero una manciata di strada, prima del seminario, e lui, fermo sul rapporto di pianura, poteva smettere di pensare a Coppi, a Girardengo, e anche ai gregari mitici e scalatori – cosce d’acciaio e volontà nicciana – destinati a restare ignoti, ma che al Giro attaccavano in tutte le tappe di montagna e ridicolizzavano i campioni costruiti in palestra…
A sessanta secondi da lì, c’era Aidi.
Ultimi colpi per arrivare allo spiazzo del seminario/
Il vecchio Alex si passava le mani indietro, tra i capelli bagnati.
Ancora dieci pedalate, e sarebbe stata di nuovo pianura, immersa nel fitto bosco.
Gli piaceva immensamente filare veloce in quel paesaggio di foglie, e non era necessario cronometrare un bel nulla. Lo so quanto voi, non crediate. magari, lui, non era così tanto bravo, con quella bici, però l’essenziale non era cronometrare la gara, ma non poggiare i piedi a terra durante la salita, non fermarsi a rifiatare in pianura. Era quello il suo record.
Quanto al resto, dal punto di vista del nostro Girardengo appena appena più basso e rock, se Adelaide era una sibilla o una fata, contava anche il fatto che abitava in un bosco.

(Enrico Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo)

voglio andare a vivere a spoon river…

…ho un groppo in gola che non scende e che non sale… sta lì, ad accompganre le mie giornate, come un fedele compagno di viaggio… è la misura della felicità, della serenità, della tristezza e della malinconia con cui mi trovo a convivere in questi giorni così strani e forse un po’ assurdi, in cui le emozioni si sommano e si sottraggono, producendo un risultato completamente  inaspettato, e quindi più bello (perchè dov’è la bellezza di una vita prevedibile?)… ed eccomi qua, con i miei sogni tra le mani, con lo sguardo scazzato e determinato, impaziente ed inquieto, a condividere la mia vita con chi mai avrei potuto pensare, mentre attendo sereno ciò che più desidero al mondo… scopro che la vita è questa, anche se qui tutto sembra così sospeso e irreale… è la fatica quotidiana di starci dentro,  è lavorare pazientemente, giorno dopo giorno per costruirsi la felicità… e io ci sto, e mi sento incredibilmente vivo! e voglio rimanerci su questa cavolo di strada, che mi complica la vita da morire ma che non abbandonerei per niente al mondo,  perchè è l’ho scelta io… e perchè è bella! I was going to stay right where I am, on the sunnyside of the street..

eccheccazzo!!!

no ho più paura di tornare a casa…voglio andare a vivere a spoon river…

ecco la mia mano, sono qui…

(non si capisce una mazza, lo so… meglio così!)

… l’ho promessa ed eccola…

Non c’è contatto di mucosa con mucosa
eppur mi infetto di te,
che arrivi e porti desideri e capogiri
in versi appassionati e indirizzati a me;

e porgi in dono la tua essenza misteriosa,
che fu un brillio fugace qualche notte fa;
e fanno presto a farsi vivi i miei sospiri
che alle pareti vanno a dire “ti vorrei qua”.

Questa è la canzone che scrivo per te:
l’ho promessa ed eccola.
Riesci a scorgerti? Si che ci sei,
prima che ti conoscessi.

Ora ho il tuo splendido sorriso da succhiare:
sfavilla di felicità
L’osservo su dalla tua fronte vanitosa
che ai miei baci ha chiesto la priorità

Pure frigid waters from these eyes that always miss you
Nothing but violence from my empty gun
I’m using silver to light up these blackheart faces
blinding your fingers with my skin that burns for you

Questa è la canzone che scrivo per te:
l’ho promessa ed eccola.
Riesci a scorgerti? Si che ci sei,
proprio mentre ti conosco.

This song is for me
I listen like I promised you
I can see me in your words from hell
that you write for me

E ho le tue mani da lasciarmi accarezzare il cuore
immune da difese che non servono.

Ma ora ho in testa il viso di qualcuno più speciale di me,
che sa cantare ma ha più stemmi da lustrare di me…e questo è il tuo svago.
Per quel che mi riguarda sei un continente obliato.
Per quel che ho visto in fondo mi è piaciuto.

Don’t, don’t tell me. What you want from me
No, don’t tell me. I don’t wanna hear. Don’t tell me

Questa è la canzone che scrivo per te:
l’ho promessa ed eccola.
Riesci a scorgerti? Non ci sei più,
dopo che ti ho conosciuta.

(Marlene Kuntz, La canzone che scrivo per te)


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