Posts Tagged 'libri'

ritorno a me stesso

“[…] a questo punto tutto dipende dal fatto che l’uomo di ponga o no la domanda. Indubbiamente, quando questa domanda giungerà all’orecchio, a chiunque “il cuore tremerà” […]. Ma il congegno gli permette comunque di restare padrone anche di questa emozione del cuore. La voce, infatti, non giunge durante la tempesta che mette in pericolo la vita dell’uomo; è “la voce di un silenzio simile a un soffio”, ed è facile soffocarla. Finchè questo avviene, la vita dell’uomo la vita non può diventare cammino. Per quanto ampio sia il successo e il godimento di un uomo, per quanto vasto sia il suo potere e colossale la sua opera, la sua vita resta priva di un cammino finchè egli non affronta la voce. Adamo affronta la voce, riconosce di essere in trappola e confessa: “Mi sono nascosto”. Qui inizia il cammino dell’uomo, il sempre nuovo inizio del cammino umano.”

(Martin Buber, Il cammino dell’uomo)

Ieri notte non riuscivo ad addormentarmi e mi è capitato tra le mani questo librettino di nemmeno quaranta pagine (in cui Buber, tra i massimi esponenti della filosofia ebraica contemporea, cerca di descrivere l’uomo “come è veramente”), che già tante volte ha parlato alla mia vita, ed è una delle cose più belle che siano mai state scritte (secondo me, e anche secondo herman hesse:-D)… sono riuscito a leggere soltanto sette-otto pagine, prima che pensieri, desideri, inquietudini mi assalissero… inutile dire che mi sono addormentato ad un’orario indecente… guardo la mia vita e inizio fortemente a desiderare di ritornare a me stesso… inizio a sentire forte quella domanda, quel “dove sei?” che Dio rivolge ad Abramo e da cui nasce il cammino dell’uomo nella storia… inizio fortemente a desiderare di intraprendere quel cammino che mi porterà a vivere pienamente la mia vita… forse quel cammino è già iniziato, anche se in questo momento di appannamento non riesco bene a riconoscerlo… ma sento l’esigenza forte di ritornare a me, di guardare la mia vita e iniziarla a percorrerla veramente, autenticamente… di pensare a me stesso, bandando a stare bene sulla strada, che sarà anche condivisa da altre persone, ma che alla fine è sempre la mia… in questi giorni ho riflettuto tanto sul senso dell’attesa… su ciò che aspetto con ansia che accada, che arrivi sulla mia strada… mi sono chiesto se ne valga davvero la pena… l’unica risposta che so darmi è che non si può non aspettare ciò che si desidera veramente e che sai ti renderà felice… perchè la felicità è un dono che non ti viene regalato, ma che si conquista a senti stretti, con sudore e fatica… e io fatico, in questo strano tempo della mia vita… e se faticare vuol dire aspettare io aspetto, anche se ho paura che ciò che aspetti non arriverà… ma mi godo l’attesa, e soprattutto i sogni e le speranze che essa comporta… come quel filo attaccato al mio polso che strenuamente resiste da cinque mesi e non si spezza… si può anche apettare godot, ma l’importante è sapere dove si è, e dove si vuole andare…

chi non mi conosce e per sbaglio finirà su questa pagina penserà che ho dei problemi mentali gravi… chi mi conosce penserà che sono peggiorato… che mi conosce veramente capirà…

p.s. domenica inizia il mio tour estivo, per cui credo che non aggiornerò questo mio spazio per un po’… credo che la notizia farà piacere un po’ a tutti…

Annunci

harry carey goodhue

spoon-river

Non vi sorprendeste mai, balordi di Spoon River,

quando Chase Henry votò contro i saloons  per vendicarsi di esserne stato bandito.

Ma nessuno di voi fu abbastanza sagace

da seguire i miei passi, o da individuarmi

come fratello spirituale di Chase.

Vi ricordate quando mossi guerra

alla banca e alla combutta del tribunale,

perchè intascavano gli interessi dei fondi pubblici?

E quando mossi guerra ai nostri dignatari

perchè facevano dei poveri le bestie da soma delle tasse?

E quando mossi guerra agli impianti idraulici

che rubavano le strade rincarando le tariffe?

E quando mossi guerra agli affaristi

che combattevano me in queste guerre?

E allora ricordate:

che alzandomi barcollando dalle rovine della sconfitta,

e dalle rovine di una carriera demolita,

estrassi dal mio manto l’ultimo ideale,

nascosto agli occhi di tutti fino allora,

come la preziosa mandibola d’asino,

e sconfissi la banca e gli impianti idraulici,

e gli uomini d’affari col proibizionismo,

e feci pagare a Spoon River il prezzo

delle battaglie che avevo perduto?

(Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River)

come un girardengo appena appena più basso e rock

(ristampa)

La primavera gli stava proprio scivolando di mano, non potevano esserci dubbi, ma nel frattempo aveva imparato a giocare col cambio, a dosare bene la forza. Riusciva ad arrivare davanti fino allo spiazzo antistante la casa di Aidi senza fermarsi mai.
Schizzava via come una revolverata dai viali, svoltava a destra per via San Mamolo, quindi, se non c’era traffico, all’altezza del baracchino dei gelati infilava, saettando come nessuno, la via Codivilla. Sul tratto in pianura accelerava al massimo, poi attaccata la salita di potenza sotto gli occhi sorprendentemente indifferenti dei rari passanti e automobilisti che scendevano anestetizzati incontro alla città. Cercava di tenere il rapporto di pianura, che ha il passo lungo e ti fa fare più strada, fin dove gli era possibile; poi si alzava a pedalare in piedi con tutta la bici che gli ballava sotto; quando sentiva che la pendenza diventava troppo forte, quando capiva che dopo altre due o tre pedalate avrebbe dovuto poggiare un piede a terra, lungo la curva di solito al primo cartello di divieto di sosta permanente, si piegava sul cannone e col pollice faceva scattare il cambio: la catena saltava sulla corona più piccola, le gambe ricominciavano a macinare; lui si spostava sul cordolo, al limite dell’asfalto, per evitare ogni palmo di strada superfluo: all’uscita della curva, poteva riprendere a pedalare stando seduto.
Quando avvistava la fila delle macchine parcheggiate, stabiliva un traguardo a cui arrivare senza lasciare il sellino: almeno arrivare alla golf bianca – avambracci tesi, schiena curva, vene sulle mani e sui polsi in evidenza, palmi sudati.
Almeno arrivare a quella stramaledetta golf…
Pensava ad altro, guardava a terra, in quei momenti difficili: i titoli dei dischi dei Police. Regatta De Blanc, Outlandos D’Amour, Synchronicity, Zenyatta Mondatta, Ghost in The Machine. Perché Regatta De Blanc è prima di Outlandos D’Amour, vero?
E il vecchio Alex scandiva mentalmente marca, modello e colore delle macchine parcheggiate, per non pensare al suo corpo, ché tanto quello pedalava anche da solo. Le riconosceva quasi tutte, anche se ogni tanto non gli venivano in mente i nomi di alcuni modelli tipo le utilitarie giapponesi.
G-g-golf biah-n-n-n-cah! In piedi, adesso!
Eh, adesso era quasi Coppi. Pedalava in piedi, inclinato avanti, sporgendosi oltre il manubrio, mentre il sudore gli colava ai lati delle sopracciglie e dietro gli orecchi, mentre la maglietta aderiva alla schiena. ancora pochi metri, ancora pochi metri soltanto, e avrebbe avvistato i due leoni di pietra dallo sguardo spento, semidormienti sulle colonne a cui era incardinato il cancello.
Quel grosso cancello coi due leoni menefreghisti e semidormienti era sempre aperto, e il vecchi Alex lo superava d’infilata e passava sotto il fresco buono degli alberi. C’era un tratto di pianura, all’interno, ma lui sapeva che non doveva ingannarsi, che se rallentava per rifiatare in quel tratto dopo avrebbe dovuto dannarsi a riprendere il ritmo; allora si lanciava su per i tornanti del sentiero asfaltato che attraversava il bosco, e alla seconda curva, che piegava a destra, faceva saltare la catena sulla corona più grande: imboccava la pendenza del rettilineo di nuovo in piedi sui pedali.
Giocava di spalle, per restare all’esterno delle curve, e ormai mancava davvero una manciata di strada, prima del seminario, e lui, fermo sul rapporto di pianura, poteva smettere di pensare a Coppi, a Girardengo, e anche ai gregari mitici e scalatori – cosce d’acciaio e volontà nicciana – destinati a restare ignoti, ma che al Giro attaccavano in tutte le tappe di montagna e ridicolizzavano i campioni costruiti in palestra…
A sessanta secondi da lì, c’era Aidi.
Ultimi colpi per arrivare allo spiazzo del seminario/
Il vecchio Alex si passava le mani indietro, tra i capelli bagnati.
Ancora dieci pedalate, e sarebbe stata di nuovo pianura, immersa nel fitto bosco.
Gli piaceva immensamente filare veloce in quel paesaggio di foglie, e non era necessario cronometrare un bel nulla. Lo so quanto voi, non crediate. magari, lui, non era così tanto bravo, con quella bici, però l’essenziale non era cronometrare la gara, ma non poggiare i piedi a terra durante la salita, non fermarsi a rifiatare in pianura. Era quello il suo record.
Quanto al resto, dal punto di vista del nostro Girardengo appena appena più basso e rock, se Adelaide era una sibilla o una fata, contava anche il fatto che abitava in un bosco.

(Enrico Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo)


settembre: 2017
L M M G V S D
« Ott    
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
252627282930  

visite

  • 80,572

MY ACCOUNT ON DELICIOUS

VISITA IL MIO MYSPACE

myspace